lunedì 14 novembre 2011

La stazione di cambio

Il treno delle 23 sarebbe partito con circa mezz’ora di ritardo. Il Viaggiatore si sedette su una delle poltroncine della sala d’attesa, maledicendo tutte le ferrovie nazionali. La saletta era piccola, di forma stretta e allungata. Le quattro grandi lampade appese al soffitto mandavano una luce impersonale e bianchissima, che si rifletteva, fastidiosa, sulle quattro pareti. L’arredamento era quello tipico di ogni anonima stazione di cambio: due file di panche, una poltroncina in un angolo e un tavolo contro il muro. Su una parete gli orari di arrivi e partenze. Il Viaggiatore iniziò a guardare il proprio orologio, torturandosi al pensiero di tutte le cose che avrebbe potuto fare in quella mezz’ora sottrattagli ingiustamente. Si ricordò di avere in valigia il giornale che aveva comprato quella mattina; l’aveva già letto a metà, ma era senza dubbio meglio che naufragare in un’attesa forzata. Fuori era ormai buio e lentamente si stava alzando la foschia. Dai vetri della sala si vedevano i binari, illuminati dalla luce dei neon. Si era fermato, per qualche secondo, un treno, ma nessuno era sceso. Il silenzio e la luce delle lampade era tutto ciò che ora circondava il Viaggiatore. Era già passato un quarto d’ora, quando, intorpidito da una lettura senza attenzione, sentì dei passi come di qualcuno che si avvicina. Erano passi strascinati, lenti; si poteva addirittura intuire, anche solo ascoltandoli, l’andatura storta e sbilenca. Apparve davanti alla porta la sagoma squallida di un Miserabile. Il Viaggiatore sentì un brivido percorrergli la schiena: quante notizie di cronaca nera erano ambientate allo stesso modo? Un Viaggiatore qualsiasi (proprio come lui) un Miserabile (proprio come quello che aveva di fronte) e una stazione. Intanto il Miserabile era entrato nella saletta, portando dentro una ventata d’aria fredda che lo fece rabbrividire; si sedette su una delle due panche e, senza neanche guardarsi intorno, si mise a dormire.Il Viaggiatore ora poteva finalmente riprendere a respirare normalmente. Sistemandosi meglio sulla poltrona iniziò a fissare il Miserabile. Quanto ribrezzo gli provocava anche solo la vicinanza di un uomo del genere. Uomo poi! Certe volte ne dubitava. La condizione di essere umano, secondo lui, non era un titolo innato e incrollabile. Nella vita c’era un limite, entro cui, sì, si poteva affermare di essere uomini. Al di fuori vi era invece una sorta di limbo selvaggio, destinato a tutti coloro la cui natura si era imbruttita. Questa era gente destinata a diventare così, a cadere in un buio profondo senza possibilità di riscatto. Durante tutta questa riflessione, non aveva mai staccato gli occhi dal Miserabile. Si sentiva come a disagio, ma nello stesso tempo era attirato da quella figura così triste. Rifletté che in realtà la sua era una semplice curiosità scientifica, motivata dal fatto che non aveva mai avuto l’opportunità di studiare da così vicino quella forma bizzarra di umanità. Non che questo fosse un Miserabile diverso dagli altri, anzi, raccoglieva in se tutte le caratteristiche più comuni della sua categoria: dormiva scomposto, sognando uno qualsiasi dei giorni della sua vita, avvolto da mille stracci, chiusi da un montgomery oramai sformato. Riverso su un fianco, il Miserabile russava, scandendo il tempo con un suono rotto e gutturale, che lo scuoteva tutto. Non c’era nulla in lui che egli non disapprovasse. Cielo, ma un po’ di dignità quest’uomo non l’aveva? Non aveva percezione della sua vergognosa condizione? Possibile che non gli rimanesse un niente di amor proprio che lo spronasse, se non altro, a nascondersi alla vista e a evitare la commiserazione che la sua stessa persona suscitava?Ma quale amor proprio, quale dignità poteva avere un uomo così? Tra queste considerazioni, il Viaggiatore notò qualcosa che bloccò la sua analisi. Tra le dita sporche e tozze di quelle mani abbandonate sulla panca, brillava una piccola fede d’argento. Dunque il Miserabile era sposato. Nel corso della sua vita storta aveva trovato una Donna che lo aveva amato, senza curarsi della sua natura di Miserabile. Il Viaggiatore si scoprì a ripercorre tutta la felicità di quell’uomo: i baci, chiesti e mai resi, il sogno di due vite che si incontrano all’infinito e forse anche un figlio, in cui l’uomo si era rigenerato. Una felicità sfuggita, come il saluto di due amici separati dalla folla. Tra le dita di quella mano c’era la luce di un amore, forse perso, ma mai abbandonato. C’era tutta la forza di una promessa che non teme la vertigine dei cieli, ma che danza la musica del mondo. Pensò ai propri genitori. Rivide sua madre, con quel paziente senso del tempo, rivide suo padre tornare a casa, infreddolito e avvolto da un montgomery ormai sformato, proprio come quello che aveva davanti agli occhi. La mente, che aveva così strepitosamente viaggiato era tornata nel corpo, e ora taceva. Uno sbuffo. Il treno era arrivato, addirittura con qualche minuto di anticipo rispetto al ritardo previsto. Il Viaggiatore si scosse, si alzò e fece per uscire. Si fermò un attimo davanti all’uomo, che stava continuando a dormire. Non poté fare a meno di guardarlo e l’unico pensiero che riuscì ad afferrare fu quello di suo padre. Il treno fischiò. Gli parve come di vedere suo padre dormire al fianco di quell’uomo, avvolto in un montgomery grigio fumo male abbottonato. Cercò in tasca qualche spicciolo da lasciargli. Tre euro; non era molto , ma l’importante era il gesto. Stava per appoggiarli sulla panchina, quando sentì come un senso di vergogna. Il treno fischiò di nuovo. Rimise in tasca i soldi. Senza fare rumore si chinò verso di lui e, stando attento a non svegliarlo, gli chiuse gli ultimi due alamari del montgomery che erano rimasti aperti. “In queste salette fa un freddo della malora” sussurrò. Il treno fischiò per la terza volta, l’ultimo avviso della partenza.


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