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venerdì 16 maggio 2014

BANDO di COLLABORAZIONE




Se tu hai una mela e io ho una mela e ce le scambiamo, abbiamo sempre una mela per uno.
Ma se tu hai un’idea e io ho un’idea e ce le scambiamo, allora abbiamo entrambi due idee.


George Bernard Shaw 




deSidera ha tolto l'ancora, sta gonfiando le sue vele ed è pronta a partire sulle ali di un vento nuovo. 
Dopo una lunga bonaccia, la rivista carica di sogni punta l’orizzonte alla ricerca di nuovi apporti. 
Servono entusiasmo e fiducia nel cambiamento - persone che abbiano la determinazione di cimentarsi in un progetto giovane e ad ampio raggio. 

Cerchiamo scrittori critici di letteratura, arte, cinema; poeti, artisti e narratori; persone dal fare pragmatico, esperti di web, appassionati della comunicazione.



Cerchiamo professionalità e passione.
Cerchiamo menti luminose.









domenica 13 ottobre 2013

Marilena Valenti - inediti

Marilena Valenti sceglie la via più difficile in poesia, quella del magnifico, dello stupore. Se davvero possiamo trovare ancora oggi tracce di un lirismo antico e di un'epica delle emozioni, di certo lo gustiamo nei suoi versi.
Penso alla luminosa Mariangela Gualtieri, o alla tenebrosa Patrizia Cavalli, o ai magnificat di Cristina Annino. Ecco, Valenti s'innesta perfettamente in questa dimensione oracolare che recupera e conserva quel certo approccio alla parola-pensiero considerata come una rivelazione.
Valenti oscilla spesso, fra prosa poetica e verso, nella ricerca vertiginosa del dettaglio: una declinazione di meraviglioso cristiano si potrebbe dire, o meglio "magico cristiano" (per osare un po'). La stessa onda che aprì le porte a tutta un'eroica stagione ottocentesca, può portarci ancora molto lontano se impariamo a navigarla. In un certo verso, Valenti naviga quella stessa onda.
Ne ameremo ancora – sono sicuro – il gusto del sacro e dell'antico, i movimenti veloci di scoiattolo, gli incisi furbissimi, le chiuse che tentano il volo. Ne ameremo, anche – se eviterà un certo manierismo d'abitudine – tutte quelle forme che si concentrano sulla dinamica del ritmo e non tanto sul potenziamento del senso. Ché, a ben vedere, quelle forme, anch'esse hanno un certo senso.


*  *  *


Padre


Padre, perdonami perché ho peccato:
di tutte le vite che mi hai dato
ho seguito un ghiribizzo di verso.

Le scodelle si svuotano,
si installano parabole
e ho rilegato d’agio
cose deprecabili, umane,
o – peggio – non l’ho fatto.

E tu non dormirai sonni tranquilli,
né sicuri, né comodi,
ma tra tutti i nomadi, al freddo,
io sarò quello che guarda le stelle.


*  *  *



Perdoniamoci


Se i giorni avessero le rughe
mi appenderei al ramo di quercia
del tuo braccio
ad osservare lente e domestiche stagioni,
le inarrestabili avvisaglie di tempesta,
le salvifiche parate di sereno,

al riparo
libagioni di foglie sugli occhi
cenere saggia e sepolcrale
sparsa sul verde
a colmare la clessidra degli sguardi
rovesciata, altrimenti,
infranta, come il resto,
da un bocciolo sceso presto.

Ma, caro, in questa vita di porcellana
scegliamo all’innesto un giorno
che non sia domani
ed un suono che non somigli
ad un tintinnio di sonagli
o ad un ronzio di pensieri lontani.

Perdona lo scoiattolo
al mattino tra le fronde
se il sole squarcia i drappi
sul tuo sonno.



*  *  *

Quando immergono le stelle


E ti ho sorpreso all’alba della notte
accarezzato in capo da una stella,
la luce della luna ci dipinge nuovi:

da lì che mi adagiai dietro la siepe
del colle non scrutando che pendici,
ho sciolto dietro un tronco gli artifici
molli fiammiferi e aridi di fiamma
nascosti con astuzia banalissima
tra il ferretto e il rivolo costretto
di carne in sospensione.

Aleggia sui i seni l’angoscia
quando immergono le stelle,
restano alte tutte le paure.



*  *  *

Mi servirà


Mi sciupo come cosa mai pensata,
come foglia che col freddo non si aggrappa,
come nube
lentamente
torno acqua.

Tra i pezzi di carta fatti a pezzi è sopravvissuta qualche parola. La trovo e la afferro.
La trovo ed afferro che sono sopravvissuta anche io,
ai giorni bui, alle parole dure, alle mille paure, ai risentimenti, ai ripensamenti,
a tutti i miei personali tormenti.
– Me ne dovrò ricordare... – mi dico, conservando il frammento con cura in un posto che domani avrò già dimenticato – mi servirà.
E in fondo si sa già come andrà.
Non siamo disciplinate formiche, non passiamo le estati a fare provviste di cattivi sentimenti, non conserviamo le piramidi di tutti i nostri peggiori momenti.
Carichiamo sulla schiena solo pesi leggeri e chissà, l’inverno in qualche modo passerà, passerà…


*  *  *



Marilena Valenti scrive sul suo blog, www.quellochenonhodetto.wordpress.com


giovedì 25 luglio 2013

deSidera - editoriale invernale

di Eugenia Gobbo
 
Carissimi affezionati lettori,

rieccoci fra le vostre mani. È inverno e con esso – contrariamente alle tendenze naturali – sono sbocciate nuove rubriche, piccoli fiori. Abbiamo colto l’opportunità di estendere i nostri interessi – e con essi la possibilità di incuriosirvi – a nuovi argomenti: da un lato ci siamo aperti alla pista psichedelica della letteratura contemporanea (che secondo la nostra arbitraria e pragmatica visione coincide con gli autori “quelli ancora vivi”) e dall’altro ci siamo rifugiati nell’incantato giardino della letteratura medievale (che non ci rassegniamo poi troppo a guardare con occhio clinico). Ma non è tutto. Su questa sfaccettata raccolta di scritti si sono innestate anche altre inedite proposte: Musiché, una rubrica di musica classica, e Cinebreakfast, uno spazio dedicato al cinema. Il nostro intento è sempre lo stesso (ma lo ripetiamo per gli assenti): attirare voi solitari pianeti e farvi gravitare vicino, rendervi partecipi della nostra costellazione o scorgervi comete sfuggenti nel nostro cielo. La collisione dite? Noi ci vediamo solo scintille.

Parallelamente non smettiamo di riflettere sul nostro lavoro, su quest’impegno che vuol essere sempre meno disimpegnato ma che nondimeno si scontra ogni giorno sulla roccia impietosa della quotidiana necessità, della necessaria convivenza, della convivente sopravvivenza. Esageriamo? Non lo crediamo poi troppo; se da un lato sta un problema meramente economico (ci stiamo autofinanziando da quasi un anno ormai, questo va detto), dall’altro emerge un problema di natura diversa: una collocazione del nostro scrivere entro il vastissimo e sempre più discutibile campo delle pubblicazioni contemporanee. Oggigiorno lo scrivere è alla portata di tutti, ma se la creatività è la misura dell’umano, perché questo crescendo incessante di carta stampata non rende un poco più appagato ogni singolo uomo e un soffio più sereno questo sovraccarico mondo? Se si scrive: di cosa si scrive, in che modo si scrive e in che modo andrebbe scritto?

Ed è così che il nostro incontrarci – tanto quanto il vostro attendervi – è costantemente minato da queste problematicità e venato da questi interrogativi, i quali però non ci sembra debbano rimanere intentati se è vero che «l'errore è in ciò che non si è fatto, nella diffidenza che fece esitare»[1].


 

Per una panoramica del numero e i suoi collaboratori: http://desidera2012.blogspot.it/


[1] Ezra Pound, Canti Pisani, LXXXI, in I Cantos secondo la traduzione letta da Pasolini nell’intervista allo stesso del 1967.

lunedì 1 luglio 2013

Istantanea : Villa Fulvia

Seduto
solo
al baracchino
tavolino da quattro sedie
una per me
un'altra per il tascapane
affianco
tavolino da quattro sedie
madre
padre in ciabatte
due bambine.
Staccionata
ci sta appoggiato un padre in mocassini
madre in ciabatte
due bambini/e
parlano di un albergo
venti metri dalla spiaggia
mille euro
tre settimane
loro ci vanno
gli altri no.
La bimba
una delle quattro
mi guarda
invidia la birra
ancora inconsciamente però
granita 
piadina
e la coca con la cannuccia
quella da bere
è un programma per famiglie 
suvvia.

domenica 16 giugno 2013

Pomeriggio Di Maggio

Il primo rintocco di campane
pieno pomeriggio
e io sul campanile
ormai sordo
guardo la città al disotto
i campanari hanno lasciato qualche bottiglia di rosso
regalo gradito
mentre a mezzo cielo
la condivido con qualche mio amico.
tornare a terra
scendendo scalini ripidi
                       minuscoli
chi me lo fa fare?
se posso restare sospeso
vedere teste di vedove in preghiera pregare

a metà tra loro e Dio
che basta con la mano tagliare l'aria
per far precipitare speranze al suolo 
pestate da suole di scarpe consunte
mille marche idolatrate
mentre noi quissù
trinità sorda
omaggiamo divinità pagane
brindando.

venerdì 31 maggio 2013

"Malascesa", di Erminio Alberti (Samuele Editore 2013, prefazione di Maria Grazia Calandrone)

Il linguaggio dell’Alberti muta naturalmente nei confronti di una certa qualunquista poesia contemporanea, così da indurre ugualmente chi vi si accosta a pensarla, digerirla attraverso figure del tutto nuove. Non rivoluzionarie. Nuove.
(Marco Strano, da ecologiadelverso.wordpress.com)


Chi ha conosciuto almeno un poco la cultura siciliana la fiuta immediatamente, la riconosce a naso, nella mischia irriverente di canto e morte che intride la poesia di Erminio Alberti. Alto e basso, luce e buio a improvvisi, la malinconia profonda di un popolo che incatena a dei fili la tragedia degli eroi dei poemi epici e li manovra, riproducendo il clangore lustrale delle armi,ma stavolta ficcate nelle mani di legno di piccoli fantocci pieni d’oro e colore, colmi di ogni evidenza eppure sempre segreti.Impossessati dalla tradizione e impossessati della tradizione
(Maria Grazia Calandrone, dalla prefazione)

Per leggere una recensione, andate a questo link
Per leggere un'anteprima andate a questo link


domenica 10 marzo 2013

Esame di Estetica

                                Picchietto le corde del mio ukulele verde
                   con una matita.
                                           Sembra un suono da mandolino
                che cos'è la poesia? recita in costa il libro universitario
                                                non lo leggo ma so cosa dice,
                                                                                               niente.
            Eli aspettami in fondo alla tua via
                                                appena uscito di doccia tremolante
                                                il piede a contatto con le piastrelle rosa.
                                                                           Bucolico Pascoli. Colitico Bukowski.
                              Biglietti del treno,
                                                           due sola andata per Bologna
                                    e l'ansia mi tortura tra petto e stomaco
                                                             a ritmo bop anni venti
                                                                         tabacco a terra per mani insicure
                                                  mentre colloquio da solo di estetica crociana
                                                                    sistemi chiusi.
                                  Goethe viveva in un giardino?
                   Paranoia fattona in crisi dietro lenti miopi
                                              hanno tutti polacchine e maglioni fatti ai ferri
                   devi dirmi tu cos'è
                                                 la poesia?
                                                                  Si.
                                                Ah, bene, allora.....
                                    Poeti nuovi hanno raccolto con il panno magico
                                             tutta
                                                      la polvere
                                                                       dei vecchi.
                                      Come siete educati e di maniera
                                                                  così evocativi,
                                      come il mio culo evoca i fantasmi del pasto, quasi.
                          Versi lunghi, poesie corte
                                                           non le leggo ma so cosa dicono,
                                                               niente.









lunedì 5 novembre 2012

"Fischi di merlo" di Matteo Bianchi


fonte: criticaletteraria.org, 5 novembre 2012

«La poesia di Matteo Bianchi, nella sua volatile essenza, è sacrale, ma di una sacralità del tutto particolare che la rende alquanto originale e avvincente: sa volare alto quando capace di atterrare, chiedere le ali e camminare. Poesia viandante che cammina nei meandri di una città – la città del poeta – che è la sua culla. Ferrara» – così Roberto Dall'Olio, nella sua prefazione a Fischi di merlo di Matteo Bianchi (Edizioni del Leone 2011) descrive la flâneurie che percorre tutta la raccolta, sullo sfondo di una tensione spirituale.


Fischi di Merlo, di Matteo Bianchi
(Edizioni del Leone 2011)
C'è una grande religiosità, difatti, in questi versi, una religiosità concreta, arcaica direi, che parla dell'anima come di un flatus vocis: «Sento il penso / invisibile / del respiro / uscire dall'anima: / tornerà?». Una religiosità che trova la sua palestra di esercizi spirituali nella dimensione poetica. La poesia aiuta a indagare «il limite disperso» o «quello che sta dietro / le quinte dell'animo / e tira il fiato per noi».

fischi di Bianchi sono in tutto sessanta componimenti divisi in cinque sezioni. Ogni sezione prende il nome da una via di Ferrara, ogni via è uno spazio reale e simbolico, è una tappa verso l'ascensione, da Via Assiderato a Via del Paradiso. Un cammino poetico, lirico e quotidiano, che s'ispira molto liberamente alla triplice ripartizione della Commedia di Dante.
Qui, però, il numero che detta la rotta del viaggio non è il tre, ma il cinque – numero nel quale, simbolicamente, si riflette con più drammaticità tutta la «la dialettica fra sublime e carnale, tra sacralità e dimensione profana, spirito volatile e caduta terrena». Allora, sono elementi questi, così ben individuati da Dall'Olio, che non si ordinano in un sistema tomistico e ben organizzato, ma si miscelano più o meno disordinatamente fra loro, esprimendo tutta la tribolazione di un esperimento alchemico, un sofferto tentativo di ascesi.
Ecco che la realtà, nei fischi di Bianchi, ci si manifesta come grave, oscura: «Codesto solo oggi / riesco a dirti / e macchiato di realtà...». Una realtà sovente messa a fuoco ...in negativo.
Ma non mancano toni liberatori dalla via apofatica di Montale, e in questa poesia sacrale riecheggia più spesso la tradizione di un lirismo petrarchesco – dai termini aulici, e moltissimo insoliti nella poesia attuale – che Matteo Bianchi consegna quasi intatto alla contemporaneità. Un lirismo espresso attraverso i temi della malinconia («fatico a riconoscerti l'anima»), della lontananza («il baule lasciato ansimare, / in stazione, tra polveri care»), e soprattutto della purezza («Essere puri dalla nascita / è uno strascico di seta, / nuotare gli anni / nelle pupille altrui: / non temere i gabbiani, sorridono davvero / di altri mondi / al passaggio sul mare») [...]

[Continua a leggere su criticaletteraria.org]



mercoledì 24 ottobre 2012

Alberto Mori su "Il potere dei giocattoli" (Sentieri Meridiani 2012) di Riccardo Raimondo


Esistono le cose a noi più care e i giocattoli che si rompono.

All'impalpabilità in essenza delle prime, si contrappone spesso la meccanicità artificiale degli altri. Così anche nella vita, qualcosa sublima mentre qualcos’altro, invece, fa scratch e graffia sulla Dj Mixer Consolle dell’esistenza. Entrambi gli aspetti, compongono l’andare
de Il potere dei giocattoli di Riccardo Raimondo.

Qualcosa rallenta intrattenuto e qualcos'altro accelera avvicinandosi, tracciando versi sul composito diagramma esistenziale, sempre ben fibrillante, dove il compito dell’autore è quello di «Portare questa luce fraterna / oltre la notte. Navigare fino all'alba».

Nell'attraversamento, fra le procedure della realtà in dissesto, le subway di un senso sotterraneo, musiche che dai solarium abbronzanti dei Beauty Center evocano già le spiagge marine, il poeta trova viandanza :scrive di ciò che vede e sente.

«Il cameriere fece calare/ i tendoni sulla terrazza/e fu subito ombra a Rabat» – azione visiva con notazione in presa diretta.

«Sii come il bimbo / che vaga per la campagna / nella speranza di scoprire / un nuovo colore di lucertola» – traslazione di un desiderio che sente l’energia di conservare lo stupore vivente della bellezza ricercata.

Il potere dei giocattoli si amplia via via nella lettura con una riflessione sempre più articolata nelle figure poetiche, sorrette anche da inserti di citazioni prese da altri poeti, e sempre funzionali a integrare il sentimento sotteso, il quale prosegue con moti oscillatori e ondulatori la sua sismica esistenziale. Fra oblio e memoria. Caos ed ordine provvisori.
Poi, in maniera quasi ineluttabile, subentra come marea il flusso dell’abbandono lirico.

Il friabile grumo d’infinto allora si liquefa. L’amore prende forma e sembra guarire questo viaggio.

Il potere dei giocattoli ha il suo senso originario nell’aver percepito il peso e la gravità artificiale del mondo e tentato il passaggio della poesia. In questa tensione protratta per tutto il componimento, anche nella misure continuamente variate dei versi, il poeta offre
la sua Terra Santa. Mentre Alda Merini ha tenuto fede al suo inferno e ha condiviso con tutti gli esseri la sua magnifica ossessione di vita e poesia, Riccardo Raimondo fugge, svola, va ad abbracciare e a chiedere a chi ama l’energia per un viaggio ulteriore.
Sarà dolce salpare nuovamente dal porto d’umanità restituita in poesia.

Alberto Mori



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Per leggere un'anteprima del volume
su Giocattoli (biblioteca di poesia) andate a questo link










Riccardo Raimondo, classe '87. Poeta, narratore, critico. Studia Lettere Moderne. Da dicembre 2011 è accademico corrispondente presso l'Accademia degli Incolti (Roma, accainco.it). La sua prima raccolta di versi è "Lo Sfasciacarrozze"(A&B 2009). La sua seconda raccolta è "Il potere dei giocattoli" (Sentieri Meridiani 2012, a cura di Daniele Maria Pegorari, prefazione di Sebastiano Aglieco, copertina di Elisa Anfuso). Ha lavorato con diversi artisti a spettacoli e istallazioni, cercando un continuo dialogo fra la poesia e arti di tradizioni diversissime (la musica acustica ed elettronica, la video-arte, i fumetti, le sculture animate, le marionette, il teatro-poesia, la fotografia), sperimentando sempre nuove strategie della creazione. Collabora con diverse riviste e webzine nell'ambito della critica d'arte, letteraria e di costume. Per maggiori info: www.riccardoraimondo.com


giovedì 18 ottobre 2012

Verso un'ecologia del verso – «soltanto un altro blog?»





Verso un'ecologia del verso – «soltanto un altro blog?»

Verso un'ecologia del verso è un nuovo blog collettivo che si occupa di letterature, arti e filosofie. Ce ne sono tanti: più o meno disordinati, ideologici, politici, divulgativi. Questo blog, invece, nasce con un proposito preciso: dare una risposta efficace a tutti i lettori che non si riconoscono nelle strategie culturali contemporanee.

La cultura vive un momento difficile, di grande crisi economica e umana.
Si vorrebbe piegare la cultura a interessi clientelari, al management dei direttori artistici, alle vanità di questo o quel critico, al baronato di questo o quel editore.

Ma la verità è che la cultura vive di vita propria, libera, e non tollera di essere inscatolata, di essere gestita e monopolizzata. La cultura muore appena viene “recintata”, “allevata”.

Così, da una parte ci sono le lobby letterarie – più o meno potenti, ma sempre con le stesse modalità – che vorrebbero creare vivai di scrittori e critici nella speranza di monopolizzare il piccolo e asfittico mercato.
Dall’altra parte ci sono i lettori, confusi, frastornati da eventi, reading, “incontro con l’autore”, festival, premi, vetrine di ogni tipo.

I lettori hanno una grande responsabilità sul mercato. Sono loro a decidere cosa sopravvive e cosa no. I lettori non devono subire la cultura, ma crearla. I lettori non dovrebbero essere una semplice vetrina, un “parco buoi” (per usare una triste metafora del mondo economico), ma i protagonisti veri della letteratura di ogni tempo. I lettori scelgono, decidono, promuovono.
L’arte della lettura è forse la più difficile di tutte le arti.

Queste strategie culturali hanno allontanato la letteratura dai lettori, la letteratura dalla realtà.

Verso un'ecologia del verso vuole indagare il rapporto fra la letteratura e la realtà, nella speranza d'intraprendere tutti insieme un cammino di ricostruzione.


la letteratura e tutto il mondo intorno




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GIOCATTOLI - arti poetiche

Insieme a Verso un'ecologia del verso nasce anche Giocattoli, un biblioteca online dedicata interamente alle arti poetiche contemporanee.
Giocattoli si trova online (www.giocattoliblog.wordpress.com).
 

Per informazioni su come partecipare al portale web:






*

lunedì 15 ottobre 2012

Nicolás Gómez Dávila - sulla poesia


Segnalo qui di seguito tre bellissimi aforismi di Nicolás Gómez Dávila sulla poesia. Li introduco, arbitrariamente, accompagnandoli con un aforisma di Simone Weil.


Il poeta produce il bello con l’attenzione fissata su qualcosa di reale. Lo stesso avviene con l’atto d’amore. Sapere che quest’uomo, che ha fame e sete, esiste veramente come me – questo basta, il resto vien da sé…
(Simone Weil, L’ombra e la Grazia)




Il poeta mediocre inventa i suoi simboli. Il grande poeta li scopre.




Sono così numerosi i poeti che scrivono una sola buona poesia
che dobbiamo considerare queste poesie solitarie
come avventure di una poesia che si sbaglia di poeta.



Il mondo è un sistema di equazioni che burrasche di poesia agitano.





(Nicolás Gómez Dávila, Tra poche parole)

*   *   *

giovedì 4 ottobre 2012

Lettera aperta agli aspiranti lettori di poesia




La poesia purtroppo vende poco. È un mercato confusionario e molto povero. Le librerie concedono ai libri di poesia sono un piccolo scaffale, in cui nello stesso spazio vengono ammassati faticosamente i grandi classici e alcuni grandi autori contemporanei.
La poesia non ha bisogno del mercato, è vero. La poesia vive di vita propria, nelle azioni e nei pensieri quotidiani di chi la porta nel cuore.
Ma l’editoria è fatta di carta e soldi, di distribuzione, e camion. Le idee hanno pur sempre bisogno della benzina per viaggiare e arrivare sugli scaffali.
In questo senso i lettori e gli aspiranti lettori di poesia hanno una grande responsabilità sulla sopravvivenza dei poeti.
D’altro canto, molti poeti contemporanei – atrofizzati e sclerotizzati in piccoli gruppetti e convenicole autoreferenziali – sono la causa principale di questo divario fra poesia e mercato, fra poesia e lettori. Moltissimi poeti contemporanei allontanano paradossalmente i lettori, andando contro il loro stesso interesse.
Si vorrebbe piegare la poesia a piccoli interessi clientelari, al management di tristissimi direttori artistici, alle vanità di questo o quel critico, al baronato di questo o quel editore.
Ma la verità è che la poesia vive di vita propria, libera, e non tollera di essere inscatolata, di essere gestita e monopolizzata. Come i cervi, fieri padroni dei boschi, la poesia muore appena viene “recintata”, “allevata”.




Da una parte, allora, ci sono le piccole lobby letterarie che vorrebbero creare vivai di poeti nella speranza di monopolizzare il piccolo e asfittico mercato.
Dall’altra parte, ci sono i lettori, confusi, frastornati da eventireading, “incontro con l’autore”, vetrine di ogni tipo.
I lettori hanno una grande responsabilità sul mercato. Sono loro a decidere cosa sopravvive e cosa no. I lettori non devono subire la cultura, ma crearla. I lettori non dovrebbero essere una semplice vetrina, un “parco buoi” (per usare una triste metafora del mondo economico), ma i protagonisti veri della letteratura di ogni tempo. I lettori scelgono, decidono, promuovono.
L’arte della lettura è forse la più difficile di tutte le arti.
Invito i lettori e gli aspiranti lettori di poesia a non farsi abbindolare da promozioni troppo facili, ma a scegliere il loro cuore come unico metro di giudizio. Dal cuore al libro; e non viceversa.
Invito anche a riflettere sul fatto che l’editoria è fatta di carta, e soldi, e bassissime cose pratiche. E che, anche se la poesia vive di vita propria, la circolazione dei libri è affidata alla generosità e alla passione di chi li acquista.
V’invito alla generosità. V’invito alla passione.



lunedì 24 settembre 2012

Chiederci la parola


foto di Guido Gaudioso


Due poesie da Il potere dei giocattoli (Sentieri Meridiani 2012) di Riccardo Raimondo, prefazione di Sebastiano T. Aglieco, a cura di Daniele Maria Pegorari







Ascolta tu pure: è il Verbo stesso che ti grida di tornare.
(S.Agostino, Confessioni)


La Parola

Non lasciare che l'amore per l'imprevisto
ti distolga dalla Ragione.
Sii come il bimbo che vaga per la campagna
nella speranza di scoprire
un nuovo colore di lucertola.
Conserva lo stupore del mistero,
ma la Parola,
ti prego,
non perderla.







Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.
(Eugenio Montale, da Non chiederci la Parola...)



Chiederci la parola

I.
Voi che ci aspettate sull'orlo della fine,
chiedete, chiedere pure...
Possiamo raccontarvi della sacralità dei monti
e delle tempeste, i loro furori profani.
Possiamo dirci pazzi, se lo abbiamo conquistato.
Possiamo, con il groppo in gola, amaro il cuore,
far naufragare fino alla meta
l'Idea
incapsulata nella carne,
carezzata tra le mani,
al sicuro dalle urla.

Cavalchiamo i miraggi del tempo che balena
e genera
arcobaleni di falene.
Molte sono
nate morte
come i desideri senz'amore,
senza la lena dell'ardire.

Siamo i falchi alti levati:
l'ali mitiche scrosciano sui venti.
E siamo magnifiche sirene che scrutano l'abisso
con le code come sonde.
Siamo il potere che fonde tutti gli elementi.

Voi che ci aspettate sulla soglia,
morti camminanti, ululanti,
voi che rumate tra campi di rumore,
voi, maîtres à penser della domenica,
soldatini del buonumore,
passionari del benpensare,
voi, obesi d'informazioni,
chiedete, chiedete pure,
e seguite soltanto l'intuizione.

Le vostre ironie mondane
da iene,
le vostre marionette oscene,
i vostri forse, i maimai
mai potranno impedirci di raccontare
ciò che siamo
ciò che desideriamo.

Vogliamo governare le saette dell'Idea
scaraventate
che dal cielo squarciano i contorni della forma,
dove l' anime spesso stanno imprigionate.
Vogliamo scrutare l'Uomo
e poi l'occhio del cosmo,
calarci nei pulsar del mistero,
vogliamo
implodere d'un amore eterno
profano come l'urlo del lupo,
puro, sacro
coma la prima lacrima.
Vogliamo rifare l'Uomo
che ha fallito miseramente
nella mente intrappolato,
relativo
solo
taciuto
come il muco d'uno starnuto
trattenuto.

Vogliamo urlare l'Uomo, la sua magia.
Siamo le aquile reali che voleranno a stormi
sulla malinconia dei vostri rancori.
Nella noia dei vostri giorni
saremo i rumori più sottili
sussurrati
dal fondo degli oceani, saremo
i brusii delle foglie croccanti
nei sottoboschi incartocciate
scrocchiate.
E saremo i tuoni più arditi,
i ruggiti d'eterni dinosauri
e i silenzi più foschi.

Siamo favolose eroiche testuggini all'erta.
Ci rivedrete destarci dalle alghe
all'imo lucido d'un quieto baratro di mare,
mentre le vostre mani rapaci
strappano i piccoli alle uova,
sulla strada del ritorno.
Siamo il Giorno
che non volete vedere
– la luce v'agita le palpebre.
Siamo il Regno dell'avvenuto,
gli scettri dell'avvenire.
Siamo il costruttore e siamo il costruito,
siamo l'ordigno eternamente esploso
il motore immobilissimo nel moto.
Scopriamo d'avere il potere
di creare dei mondi,
e siamo quella potenza che tace
sui vostri vagiti immondi.
Amiamo
e abbiamo nelle vertebre
l'emancipazione dalle tenebre.

Siamo sempre noi
che precipitiamo l'Idea sulla terra
come cometa violenta, feroce,
come una guerra di bombardamenti.
Siamo anche quelle luci di sangue,
siamo i kamikaze del sentimento
e la terra umida odorosa di pace
e il cemento.


II.
Siamo Fari accesi su mille cittadelle,
grida ripetute da mille sentinelle
oltre gli stenti delle veglie,
oltre la linea della notte,
attraverso la storia, la solita storia
per consegnare alla morte una goccia di splendore.

Scegliamo solo parole del nostro sangue,
che conserva le memorie più sottili,
i ricordi più remoti d'un altrove,
l'emozione di scoprirsi qui e ora.
Scuotete i vostri spiriti sordi, maltrattati,
scuoteteli, vi dico
nel profondo
lì dove torvi s'affaticano e vinti
rattrappiscono.
E chiedete, chiedete pure.
Sempre questo noi potremo dirvi:
sempre ciò che siamo,
ciò che desideriamo.






Riccardo Raimondo, classe '87. Poeta, narratore, critico. Studia Lettere Moderne.
Da dicembre 2011 è accademico corrispondente presso l'Accademia degli Incolti (Roma). La sua prima raccolta di versi è "Lo Sfasciacarrozze"(A&B 2009). La sua seconda raccolta è "Il potere dei giocattoli" (Sentieri Meridiani 2012, a cura di Daniele Maria Pegorari, prefazione di Sebastiano Aglieco, copertina di Elisa Anfuso).
Ha lavorato con diversi artisti a spettacoli e istallazioni, cercando un continuo dialogo fra la poesia e arti di tradizioni diversissime (la musica acustica ed elettronica, la video-arte, i fumetti, le sculture animate, le marionette, il teatro-poesia, la fotografia), sperimentando sempre nuove strategie della creazione.
Collabora con diverse riviste e webzine nell'ambito della critica d'arte, letteraria e di costume. Per maggiori info: www.riccardoraimondo.com
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