giovedì 22 novembre 2012
Punteggiatura
domenica 4 novembre 2012
La Guerra Dei Pub
giovedì 12 aprile 2012
Riassunto Della Vita Precedente
sabato 25 febbraio 2012
IL PINO SUL MARE (da un dipinto di Carlo Carrà)
Lei lo aspettava, come gli aveva promesso quando lo aveva visto partire per il mare. Stese il lenzuolo del loro letto, bianco, che sventolava, in preda ad un vento vigoroso e salato, come una vela. Il sole l'avrebbe asciugato in poco tempo. Due anni che lui mancava e due anni che lei lavava quel lenzuolo: doveva essere pulito per quando lui sarebbe ritornato. Il vento ora soffiava più forte, come se volesse portargli via anche quell'ultimo simbolo della loro unione. Lei, improvvisamente stanca, si appoggio al grande pino marittimo davanti casa, che a quell'ora adombrava tutto il giardino. Sempre con gli occhi rivolti al mare, toccò dolcemente la corteccia. Sentì, con insolita compassione, che la stava consumando, poco alla volta, l'azzura salsedine dei giorni.
domenica 29 gennaio 2012
TACHELES LA “KUNSTHAUS” PIÙ NOTA DI BERLINO.
Avvocati danneggiano e squestrano dipinti per sfrattare gli artisti.
Questi sono i giorni di Alexander Rodin, artista bielorusso da oltre dieci anni ospite della casa occupata più famosa di Berlino, nel suo atelier al quinto piano dell'edificio Tacheles sulla Oranienburger Straße. Un Festival musicale di cinque giorni il “5 Tage Tacheles (21.-26.01.2012)” organizzato nel giro di poche settimane e in una situazione d'emergenza, si è appena concluso con l'intervento di noti artisti berlinesi alla sala del teatro, per mostrare solidarietà con l'anomala e complicata situazione creatasi in questi giorni.
In breve i fatti avvenuti, così come descritti anche sui numerosi blog presenti in rete e dedicati alla questione: nel giorno di Martedì 03.01.2012 ha avuto luogo un incontro annunciato con molto poco preavviso in cui il Segretario alla Cultura della Città di Berlino, Dr. Andrè Schmitz dichiarava di voler discutere della kunsthaus e degli avvenimenti accaduti ad Alexander Rodin con i diretti rappresentanti del Tacheles:
Nel giorno di mercoledì 07.12.2011. al mattino, trenta uomini vestiti di nero presumibilmente di un corpo di sicurezza privato si sono presentati al quinto piano, all'atelier di Rodin insieme ad un avvocato rappresentante dello Studio Legale Schwemer, Titz & Tötter, ingiungendo all'artista sessantaquatrenne di lasciare immediatamente l'ambiente con tutti quanti i suoi averi e le sue opere in seguito ad una ingiunzione di sfratto immediato. Attualmente le esposizioni sono sospese, le porte sigillate e sorvegliate, le serrature cambiate, ogni accesso negato. Nei giorni seguenti sembra addirittura che siano state danneggiate numerose tele e schizzi, l'intera carriera pluridecennale di proprietà dell'artista è sigillata tra quelle pareti.
Il tema della riunione del 03 gennaio 2012 ha riguardato quindi inevitabilmente, oltre la situazione generale del Tacheles, il sequestro dei dipinti di un artista quotato da parte dei curatori del fallimento - lo Studio Schwemer, Titz e Tötter -, di Anno August Jagdfeld/HSH Nordbank e presumibilmente anche di Harm Müller Spreer insieme all’avvocato Michael Schulz, tutte parti coinvolte nell'intricata vicenda immobiliare. Conseguenza di questo incontro è stato l’intervento non troppo convinto del Senato per la Cultura di Berlino che, annunciando la richiesta di restituzione dei dipinti da parte dei legali, ha dato pieno appoggio e sostegno all’artista. In questo modo i quadri sarebbero potuti ritornare nella sala del teatro del Tacheles, al quarto piano dove Rodin si è per ora trasferito, per prevenire ulteriori danni.
Chi desidera informarsi sulla storia di questo luogo unico della capitale tedesca e sostenere la causa di questi artisti o semplicemente promuoverla e farla conoscere può informarsi presso gli indirizzi internet a fondo dell'articolo.
Dario Deserri
Internet:
www.tacheles.de
La petizione internazionale.
Su you tube e su FB:
http://www.facebook.com/?ref=tn_tnmn#!/groups/159761680792554/?notif_t=group_activity
lunedì 9 gennaio 2012
Anonimo A Primavera
venerdì 2 dicembre 2011
Affari di CH
Aspetto fuori dalla porta. Tra poco tocca a me. Tra poco mi libero. Un peso che non riesco più a sopportare, ormai è troppo tempo che me lo porto dentro.
Non dovevo mangiare la pizzetta.
Sono intollerante ai latticini lo so, ma morivo di fame e il treno parte tra tre ore.
Sono qui a Bologna da solo come un pirla e il cesso di questo bar è la mia unica salvezza, anche se, per poter usufruire dei servizi ho dovuto consumare, un caffè: perfeeeeeeetto….cosa c’è di meglio da bere se non un caffè quando hai un attacco di squaraus? Stupido, stupido, stupido.
Sono qui che aspetto da cinque minuti, ho avuto tutto il tempo di studiare la porta. Bianca, scrostata, il pomello bagnato (bleah). La targhetta ha sopra disegnato un omino che si tiene stretto stretto il pacco, gambe flesse. Scappa pure a lui e non la può fare mai, che tortura.
Non riesco più a pensare, lo sforzo per trattenerla è immenso. Sudo freddo. Sta crescendo come un Alien nella mia pancia.
Non ci penso che sono venuto fin qui per riconquistarla e che nemmeno mi ha voluto vedere, che ho dovuto aspettare seduto per quattro ore su una panchina ghiacciata dei Giardini Margherita. Per niente.
Poi quel languorino. L’unico posto lì vicino era un baretto del cazzo, di quelli terribili, con le pizzette di gomma vecchie di almeno dieci anni. Fottiti pizzetta.
Son passati dieci minuti e non esce ancora nessuno. Ommioddio non ce la faccio più! Tra poco esploderò, scena pulp che annoterò nel mio taccuino.
In coda dietro di me ora ci sono un signore panzone con dei gran baffoni bianchi e uno sfattone che sembra proprio che debba andare al cesso per farsi una pera in santa pace. Mamma mia che occhi che ha, brutta storia davvero quella.
:- “ Ma allora se move?” dice il Baffo, è romano, cazzo ci fa in questo bar sudicio? Và a pisciare a Roma no?
Quindici minuti, il Baffo sbuffa, lo sfattone inizia ad avere gli spasmi di chi è in astinenza, brutta storia. Io sono diventato rosso in faccia, tipo pentola a pressione, sto per fischiare ma dal lato sbagliato.
Ho un sospetto però. Busso. Nessuno risponde. Non ce la faccio più ora sfondo la porta. Ribusso. Silenzio. Abbasso la maniglia tutta bagnaticcia e apro la porta.
Il cesso era vuoto, che coglione.
Il Baffo s’incazza
“Ma vai a cagare!”
“ Subito!”
lunedì 14 novembre 2011
La stazione di cambio
Il treno delle 23 sarebbe partito con circa mezz’ora di ritardo. Il Viaggiatore si sedette su una delle poltroncine della sala d’attesa, maledicendo tutte le ferrovie nazionali. La saletta era piccola, di forma stretta e allungata. Le quattro grandi lampade appese al soffitto mandavano una luce impersonale e bianchissima, che si rifletteva, fastidiosa, sulle quattro pareti. L’arredamento era quello tipico di ogni anonima stazione di cambio: due file di panche, una poltroncina in un angolo e un tavolo contro il muro. Su una parete gli orari di arrivi e partenze. Il Viaggiatore iniziò a guardare il proprio orologio, torturandosi al pensiero di tutte le cose che avrebbe potuto fare in quella mezz’ora sottrattagli ingiustamente. Si ricordò di avere in valigia il giornale che aveva comprato quella mattina; l’aveva già letto a metà, ma era senza dubbio meglio che naufragare in un’attesa forzata. Fuori era ormai buio e lentamente si stava alzando la foschia. Dai vetri della sala si vedevano i binari, illuminati dalla luce dei neon. Si era fermato, per qualche secondo, un treno, ma nessuno era sceso. Il silenzio e la luce delle lampade era tutto ciò che ora circondava il Viaggiatore. Era già passato un quarto d’ora, quando, intorpidito da una lettura senza attenzione, sentì dei passi come di qualcuno che si avvicina. Erano passi strascinati, lenti; si poteva addirittura intuire, anche solo ascoltandoli, l’andatura storta e sbilenca. Apparve davanti alla porta la sagoma squallida di un Miserabile. Il Viaggiatore sentì un brivido percorrergli la schiena: quante notizie di cronaca nera erano ambientate allo stesso modo? Un Viaggiatore qualsiasi (proprio come lui) un Miserabile (proprio come quello che aveva di fronte) e una stazione. Intanto il Miserabile era entrato nella saletta, portando dentro una ventata d’aria fredda che lo fece rabbrividire; si sedette su una delle due panche e, senza neanche guardarsi intorno, si mise a dormire.Il Viaggiatore ora poteva finalmente riprendere a respirare normalmente. Sistemandosi meglio sulla poltrona iniziò a fissare il Miserabile. Quanto ribrezzo gli provocava anche solo la vicinanza di un uomo del genere. Uomo poi! Certe volte ne dubitava. La condizione di essere umano, secondo lui, non era un titolo innato e incrollabile. Nella vita c’era un limite, entro cui, sì, si poteva affermare di essere uomini. Al di fuori vi era invece una sorta di limbo selvaggio, destinato a tutti coloro la cui natura si era imbruttita. Questa era gente destinata a diventare così, a cadere in un buio profondo senza possibilità di riscatto. Durante tutta questa riflessione, non aveva mai staccato gli occhi dal Miserabile. Si sentiva come a disagio, ma nello stesso tempo era attirato da quella figura così triste. Rifletté che in realtà la sua era una semplice curiosità scientifica, motivata dal fatto che non aveva mai avuto l’opportunità di studiare da così vicino quella forma bizzarra di umanità. Non che questo fosse un Miserabile diverso dagli altri, anzi, raccoglieva in se tutte le caratteristiche più comuni della sua categoria: dormiva scomposto, sognando uno qualsiasi dei giorni della sua vita, avvolto da mille stracci, chiusi da un montgomery oramai sformato. Riverso su un fianco, il Miserabile russava, scandendo il tempo con un suono rotto e gutturale, che lo scuoteva tutto. Non c’era nulla in lui che egli non disapprovasse. Cielo, ma un po’ di dignità quest’uomo non l’aveva? Non aveva percezione della sua vergognosa condizione? Possibile che non gli rimanesse un niente di amor proprio che lo spronasse, se non altro, a nascondersi alla vista e a evitare la commiserazione che la sua stessa persona suscitava?Ma quale amor proprio, quale dignità poteva avere un uomo così? Tra queste considerazioni, il Viaggiatore notò qualcosa che bloccò la sua analisi. Tra le dita sporche e tozze di quelle mani abbandonate sulla panca, brillava una piccola fede d’argento. Dunque il Miserabile era sposato. Nel corso della sua vita storta aveva trovato una Donna che lo aveva amato, senza curarsi della sua natura di Miserabile. Il Viaggiatore si scoprì a ripercorre tutta la felicità di quell’uomo: i baci, chiesti e mai resi, il sogno di due vite che si incontrano all’infinito e forse anche un figlio, in cui l’uomo si era rigenerato. Una felicità sfuggita, come il saluto di due amici separati dalla folla. Tra le dita di quella mano c’era la luce di un amore, forse perso, ma mai abbandonato. C’era tutta la forza di una promessa che non teme la vertigine dei cieli, ma che danza la musica del mondo. Pensò ai propri genitori. Rivide sua madre, con quel paziente senso del tempo, rivide suo padre tornare a casa, infreddolito e avvolto da un montgomery ormai sformato, proprio come quello che aveva davanti agli occhi. La mente, che aveva così strepitosamente viaggiato era tornata nel corpo, e ora taceva. Uno sbuffo. Il treno era arrivato, addirittura con qualche minuto di anticipo rispetto al ritardo previsto. Il Viaggiatore si scosse, si alzò e fece per uscire. Si fermò un attimo davanti all’uomo, che stava continuando a dormire. Non poté fare a meno di guardarlo e l’unico pensiero che riuscì ad afferrare fu quello di suo padre. Il treno fischiò. Gli parve come di vedere suo padre dormire al fianco di quell’uomo, avvolto in un montgomery grigio fumo male abbottonato. Cercò in tasca qualche spicciolo da lasciargli. Tre euro; non era molto , ma l’importante era il gesto. Stava per appoggiarli sulla panchina, quando sentì come un senso di vergogna. Il treno fischiò di nuovo. Rimise in tasca i soldi. Senza fare rumore si chinò verso di lui e, stando attento a non svegliarlo, gli chiuse gli ultimi due alamari del montgomery che erano rimasti aperti. “In queste salette fa un freddo della malora” sussurrò. Il treno fischiò per la terza volta, l’ultimo avviso della partenza.
lunedì 7 novembre 2011
Bella e d'annata
Foto di Federico Franzini
Si svegliò di soprassalto, Beatrice, tutta sudata, palpitante e impaurita.Guardò la sveglia affianco a lei, sul comodino. Le due di notte.
Barcollando si diresse verso il bagno. Accese le luci dello specchio sopra il lavabo e iniziò a guardarsi dritto negli occhi, profondi, nocciola, pieni di ricordi e di sofferenza.
“ Auguri” sussurò tra sé e sé, sfiorandosi il volto solcato da morbide rughe che le ricordavano che aveva appena compiuto sessant’anni.
La durata ideale di un film è novanta minuti….ma quant’è la durata ideale di una vita?
Quante cose devono e possono succedere?
E quanti momenti morti, quanto tempo che non si può riavvolgere.
Beatrice iniziò a vagare nel suo appartamento, vuoto, silenzioso. Vuoto senza persone s’intende, di oggetti e ricordi ne era pieno. L’armadio ancora stracolmo di vecchi vestiti del marito, fuggito vent’anni prima con una troietta qualunque. Fotografie dei due figli che ormai non vedeva da chissà quanto tempo; Jacopo se l’era portato via la moto, Caterina un omaccione nerboruto che l’aveva convinta a convertirsi all’islam, rinnegare la sua famiglia e scappare chissà dove, forse in un qualche paese in guerra in medio oriente.
In quella casa aveva passato la maggior parte della sua vita, uno spazioso appartamento all’ultimo piano di un condominio color mattone di una periferia qualsiasi, così impersonale all’esterno, troppo personale all’interno.
Tisana fumante, si, per rilassarsi. Accese il fornello e dal fornello s’accese una sigaretta, per aspettare. Fumava poco, e meno in casa, ma in fondo a chi importava se fumava di notte una sigaretta nella sua cucina? A nessuno, appunto.
Il lavoro, uno come i tanti che aveva fatto, tra poco le spettava la pensione, forse, ma per fare cosa poi tutto quel tempo libero?
Che poi, se ci pensava, di adulatori ne aveva avuti tanti e ancora qualcuno ce l’aveva, che le sorrideva vedendola passare per strada, al mercato a fare la spesa. Perché era una bella donna, ancora.
Ancora poi….si era sempre abbattuta ecco il suo problema, le mancava la stima per se stessa, la rabbia per aggredire la vita, forse avrebbe dovuto sfruttare il ciclo finchè c’era, mostrare i denti, senza però farsi trasportare dalle emozioni, un po’ come le donne importanti e quelle dei romanzi….padrone del loro destino, fiere che non sottostanno ai comandi dei domatori.
E invece lei cosa aveva fatto?
Beveva la sua tisana ancora turbata dal silenzio della casa, quel silenzio che le parlava, sussurrandole tutti i ricordi per tenerle compagnia. No, no, non le tenevano compagnia, la soffocavano, le toglievano il respiro. La polvere non era perché spolverava spesso. Era la loro presenza, punto.
Era ancora bella, aveva tante passioni, era interessante si può dire, ma non interessava a lei essere interessante, troppo presa dall’ombra del passato, non riusciva a starci, nel presente.
Dai! Dai fuoco a tutto! Brucia la casa, i mobili, le foto, i vestiti e poi bruciati insieme a loro. Ma non poteva, non voleva, voleva ma non ci riusciva.
Cosa poteva fare per non sentirsi più vuota?
Non era vuota, ma cosa ci vuoi fare….anni e anni di solitaria esistenza non si cancellano con monologhi interiori. Serve un “altro”, un’amica, un uomo.
Era bella, una bella donna, avrà avuto sessant’anni suonati ma era bella ( d’altronde, io scrivo che è bella e tu te la immagini bella ….).
La tisana l’aveva bevuta, la sigaretta fumata, la cucina riordinata. Ma la vita l’hai vissuta Beatrice?
Tornò a letto, un letto matrimoniale, sempre fatto a destra, consunto, sfondato e sempre disfatto a sinistra, dove dormiva lei da trentacinque anni. E in quel piccolo buco nascosto nell’universo riuscì finalmente a prendere sonno, ancora tormentata dai sussurri della sua casa silenziosa.
Era bella Beatrice. Ma era tanto che non trombava.
giovedì 3 novembre 2011
Un caffè
mercoledì 2 novembre 2011
La zanzara
sabato 3 settembre 2011
LA CURA
Ho paura. Mi sto ammalando, lo sento. Non capisco se ho paura perché mi sto ammalando, o viceversa. No, forse mi sto ammalando di paura. La colpa è della città in cui vivo. Sono Loro che mi hanno fatto ammalare. Loro e nessun altro. E’ stata una strategia lenta e ben pianificata, fatta di messaggi sottesi, di segnali impliciti, di sussurri, di bisbigli, persino di semplici occhiate. All’inizio era solo dubbio, incertezza. Poi timore, poi ansia, agitazione. Si è passati allo spavento. E ora alla paura. Io ho paura, per colpa Loro, che hanno diffuso la malattia, e ora nessuno può salvarsi. Ad uno ad uno cadiamo vittime della loro trappola, ma senza accorgercene. Dolcemente. Un po’ come gli annegati. Hanno usato ogni mezzo a loro disposizione: giornali, televisioni, radio. Hanno deciso quali libri fare uscire in base a quanta paura potessero generare. Le notizie sono selezionate con cura in modo da terrorizzarci. Le pubblicità stesse sono diventate spaventose. Ci inviano immagini, suoni, frasi che ci terrorizzano. I nostri stessi figli vengono educati alla paura. Sono diventati insicuri, tristi, e spaventati. Come noi; sono le nostre copie e ci assomigliano, terribilmente. Niente è più innocuo ormai; abbiamo paura di tutto. Io ho paura di tutto. Non uso più la bicicletta, gli incidenti stradali fanno ogni giorno dodici vittime di media; della macchina neppure se ne parla. Non uso i mezzi pubblici, troppi incidenti, troppi attentati. Non viaggio, a partire si finisce sempre male. Non frequento più i luoghi affollati; evito piazze, chiese, ristoranti, il contagio è dietro l’angolo. Mangio solo ciò che è chiuso, impacchettato, imbustato, sterilizzato, trattato, selezionato: non voglio certo morire avvelenato dall’erba del vicino. Non invito più nessuno a casa da anni, ormai: gli omicidi più efferati sono sempre consumati in famiglia o tra conoscenti. Non rientro mai più tardi delle sette, ma solo a causa del mio lavoro, altrimenti tornerei anche prima. Ho paura ad attraversare la strada, a rispondere al telefono, ad aprire la posta. Tutto mi minaccia. Tutto mi spaventa. Tutto per colpa Loro. Così mi hanno insegnato e così ora vivo. Sono solo e ho paura anche di questo. Ho paura di me stesso, del mio riflesso allo specchio, perché anch’io, l’hanno detto Loro, sono potenzialmente pericoloso. Nulla è come sembra, ognuno è pericoloso, ognuno è sospetto, ognuno va sorvegliato. A fatica ricordo come stavano le cose prima che arrivassero Loro, quelli che lavorano nella sala del consiglio della nostra città. Sono stati Loro a mettere in atto tutto questo, e adesso, dopo che ci hanno trasformato così subdolamente, si trovano a governare su una città ossequiosa, inerme, che li implora in ginocchio di proteggerla. Ci tengono in pugno, intrappolandoci in una rete che noi stessi ci siamo preoccupati di tessere.
Ma da qualche giorno mi si è acceso qualcosa dentro, come un moto di rivolta; un grido, alto e doloroso che mi ha levato il sonno per diverse notti di seguito. Non posso più accettare questo sopruso, devo reagire. In qualunque modo.
Tanto per cominciare ho comprato una pistola. Non so ancora bene cosa farne, anche se un’idea la sto coltivando. Ci pensavo qualche giorno fa: o si ha paura o si è paura. Non c’è soluzione. O sei vittima o carnefice. E’ così che funziona, solo così posso pensare di guarire, di salvarmi. O si ha paura o si è paura, il gioco è tutto qui. Quando capii questo mi sembrò di aver aperto uno scrigno antico; di aver svegliato qualcosa di me che sempre sapevo, ma che era stato in qualche modo nascosto. Provai un brivido di paura ed eccitazione. Sapevo come guarire, come liberarmi dalla paura: sarei diventato paura. Presi la pistola, mi vestii in fretta e, nonostante il sole fosse già basso, uscii di casa. Camminavo al ritmo dei miei pensieri, che si erano fatti, improvvisamente velocissimi. A tratti mi mancava il respiro. Uno sparo. Uno solo. Sarebbe certo bastato. Non è poi così difficile morire. E’ un attimo. Nessuno si sarebbe accorto, nessuno avrebbe visto, nessuno avrebbe sentito. Nessuno nessuno nessuno. Uno più uno meno, chi avrebbe notato la differenza. E poi mica era per niente, in qualche modo dovevo pur guarire. Va al di là del bene o del male, è istinto, e l’istinto non è certo una colpa.
Camminavo veloce, mancava poco che corressi. Stringevo il revolver che portavo in tasca della giacca. Avevo paura che scivolasse fuori, che scomparisse. Avevo paura di averla lasciata in casa; avevo paura che sparasse accidentalmente. La gente mi passava accanto. In ogni sguardo mi sembrava di leggere sospetto, malizia, supponenza. Mi sentivo passato da parte a parte, come se fossi stato nudo, come se fossi stato aria. La pistola era diventata pesantissima. Mi misi in cerca. Iniziai a guardarmi attorno senza smettere di camminare, evitando di incrociare gli sguardi degli altri. Non sapevo in base a cosa avrei scelto, non mi ero neanche figurato l’aspetto della mia vittima. Non cercavo qualcuno in particolare. La folla intanto passava, sorda, distratta e continua. Avevo davanti a me una mamma con un bambino insolitamente tranquillo. Mi superò una coppia di fidanzati. Camminavano per mano. Avevano la stessa andatura. Lei non era bella, ma il suo viso emanava qualcosa di ipnotico. Lui parlava, anche troppo e con un’inflessione odiosa. No, mi serviva una persona sola. Al lato della strada un netturbino stava raccogliendo una cartaccia; nel suo gesto si leggeva l’impronta di migliaia di gesti uguali a quello. Un uomo con la ventiquattr’ore stava attraversando la strada in quel momento. Parlava concitatamente al telefono di transizioni, detrazioni sul resto, interessi percentuali. Troppi, erano troppi. Come scegliere. Erano tutti uguali. Nessuno sembrava avere la morte addosso. Cinquanta passi davanti a me un uomo girò a destra entrando in una via laterale. Lo vidi quasi di sfuggita. Il segnale che aspettavo. Girai anch’io. Era un uomo basso, pelato, solo. Non avrei saputo dargli un nome, un’età, un mestiere, una vita. Era un nessuno. Era il Nessuno che dovevo uccidere, che mi avrebbe liberato. Aumentai il passo. Dovevo raggiungerlo prima che ritornasse in una via affollata. Eravamo vicini ormai. Si era certamente reso conto che volevo raggiungerlo: anche se impercettibilmente aveva già girato due volte la testa, per vedere quanto fossi distante. Aveva paura, lo sentivo, ne avrei avuta anch’io. Gli stavano sicuramente tornando alla mente tutte le notizie di omicidio, di violenza, di rapine. Gli ero dietro. “Scusi” dissi, toccandogli la spalla “mi sa mica dire che ore sono?”. Si voltò di scatto, pronto ad urlare. Alla mia richiesta la faccia si contrasse in un sorriso forzato, che tentava di nascondere una paura feroce.” Ma certo,” scoprì l’orologio da polso “sono le otto e ventiset..”. I minuti gli rimasero in gola. Cadde senza fare rumore, con un unico movimento, compatto. Dal foro usciva un rigagnolo di sangue che macchiava il cappotto. Rimisi la pistola in tasca e uscii di corsa dalla via. L’avevo fatto. Ce l’avevo fatta. Avevo superato l’ostacolo. Era stato facile. Più del previsto. E già mi sentivo guarito. Mi sentivo forte, grande, potente. Mi sentivo Dio. Correvo leggero, senza fatica, come se volassi. Percorsi il viale principale tutto d’un fiato. Dovevo sembrare giovane, vincente, addirittura bello. La prima cosa da fare, ora, era lasciare la città, e iniziare finalmente a vivere, per la prima volta. Imboccai il viottolo che portava verso casa mia. Ero guarito, per davvero. Non avevo più paura. Ero libero. Aveva funzionato, ma ne ero certo, doveva funzionare. Rallentai. Mi volevo godere l’odore freddo della sera. Erano anni che non camminavo dopo il tramonto. Non mi ricordavo quasi più come si facesse. La luna era già alta, e qualche stella stava spuntando proprio ora. Che meraviglia. Finalmente la luna. Senza vetri, inferriate, cancelli, serrande, lucchetti, persiane, scuri, porta, antifurto. Solo la luna.
Ad un tratto, dietro di me sentii dei passi. Erano passi brevi, veloci. Verso di me. Non smisi di camminare. Girai appena la testa e vidi un uomo. Era alto, magro e pallido, ma non ci giurerei. Aumentai il passo, misurando la distanza tra me e lui. Mi girai di nuovo. Era vicino, potevo distinguere i tratti del viso. Era teso. Non smetteva di guardarmi. Sentii, in mezzo al torace nascere una specie di calore. Con mia grande sorpresa lo riconobbi familiare. No. Non poteva essere. No, in nessun modo. Io ero guarito. Avevo fatto tutto come doveva essere fatto. Ero per forza guarito. Per forza. “Scusi”. mi toccò una spalla. Mi voltai, e me lo trovai di fronte. Era davvero pallido. La sua mano era ancora sulla mia spalla. Tremava. Lo guardai negli occhi. Mi guardavano come da lontano. Mi fissavano ma non vedevano me, vedevano qualcos’altro. Percepii un’insolita intesa con quegli occhi sconosciuti. Gli sorrisi. L’altra mano la teneva in tasca. “Mi sa mica dire che ore sono?”. Mi fece ridere il pensiero di aver lasciato sul comodino il mio orologio da polso.
mercoledì 27 luglio 2011
Fast!
mercoledì 22 giugno 2011
Ossessione, un racconto da ascoltare
Ossessione è un vecchio racconto nato in francese, che amo leggere a voce alta, a qualche live anche. L'ossessione è uno dei temi letterari di Vitaliano Trevisan, scrittore che io amo, con il quale condivido il cognome, tra le voci più originali - a mio avviso - del panorama italiano odierno. Fa parte del mio bagaglio, e forse per questo racconto muovo da lui, da questo suo 'carattere' letterario forte. Il mio racconto pare anche ispirato vagamente da Hitchcock, sia da La finestra sul cortile sia da Psycho. Ma a questo ho pensato ora, nel 2011. Enjoy it!
En 1943 j’avais été en Normandie; j’avais combattu pour l’Armée Française et, grâce à ma sort, j’en étais sorti vivent. J’avais été décoré avec une médaille militaire et tout le quartier parla de moi, à mon retour en ville, comme d’un héros.
Malheureusement j’avais perdu une jambe à cause d’un éclat d’obus donc j’étais contraint à rester toujours assis dans ma maison, sur ma chaise à côté de ma fenêtre.
Je regardais dans la rue ce qui se passait; une foule immense de femmes qui allaient à droite et à gauche avec leurs paniers. Pendant toute la journée je ne regardais que les femmes.
J’étais tombé amoureux avant de partir à la guerre: son nom était Marie. Quand je retournai elle avait disparu. Elle avait disparu.
Ma journée donc était dédiée à l’observation avec ma petite jamelle.
Depuis un mois j’attendais le soir, parce que tous les soirs il y avait un couple d’amoureux qui s’arrétait juste devant ma fenêtre mais de l’autre côté de la rue. Ils parlaient pendant une heure, ils se regardaient avec une complicité que je leur enviais.
J’étais conscient de ma condition. Personne ne m’avait jamais regardé comme ça.
La fille était très belle: elle portait une robe blanche; ses cheveux noirs sur ses épaules. Je la désirais ou je désirais son spectre. Elle était l’amour, mon obsession. Et il l’avait, il l’aimait, il la désirait mais moi bien plus, et donc un soir je pris le pistolet et... Ce soir-là ils ne vinrent pas. Ils ne retournent plus. Je restai avec mon obsession qui, avec le temps, devint une obsession passive.
J’aurais voulu le revoir.
J’aurais voulu le revoir.
J’aurais voulu le revoir.
J’aurais voulu le revoir.
J’aurais voulu.
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Ossessione
Nel 1943 ero stato in Normandia. Avevo combattuto per l'Armata Francese e, per mia fortuna, ne ero uscito vivo. Ero stato decorato con una medaglia la valore e, tutto il quartiere parlava di me come di un eroe, al mio ritorno in città. Sfortunatamente avevo perso una gamba a causa dello scoppio di una bomba, dunque ero costretto a restarmene tutto il giorno seduto in casa, sulla sedia accanto alla finestra. Da lì guardavo ciò che accadeva nella via: una folla di donne a destra e a sinistra con le loro borse della spesa. Durante tutta la giornata non guardavo che loro, le donne.
M'ero innamorato prima di partire soldato: il suo nome era Marie. Quando tornai era scomparsa, Lei se era scomparsa. La mia giornata dunque era dedicata all'osservazione, grazie all'aiuto di un piccolo binocolo.
Da un mese però attendevo si facesse ser, perché la sera proprio davanti la finestra dall'altro lato della strada, si fermava una coppia d'innamorati. Parlavano per ore, si guardavano con una complicità che invidiavo. Ero cosciente della mia condizione di mutilato: nessuna mi avrebbe mai guardato così. La ragazza era molto bella: vestiva di bianco, capelli neri alle spalle. LA desideravo o ne desideravo lo spettro. Lei era amore, la mia ossessione; e lui l'aveva, l'amava, ma io, io più di lui, così una sera presi una pistola e... Quella sera non vennero. Non tornarono più. Restai con la mia ossessione, che col tempo diventò un'ossessione passiva.
Avrei voluto rivederla.
Avrei voluto rivederla.
Avrei voluto rivederla.
Avrei voluto.
martedì 7 giugno 2011
Wine in Progress Antefatto...
Sapete io per le date non ci sono proprio portato, le confondo, dimentico i compleanni degli amici e spesso ho dei dubbi amletici sulla data di nascita dei miei genitori. Ma ci sono tre date che non dimenticherò mai, beh senza contare il mio compleanno.
Dunque in questa storia ci siamo io, cioè Rik, Stefano, Sara e una delle sue migliori amiche cioè Angelica.
L'Angie fa la cantante in una band tutta al femminile si chiamano le "Honky Tonk Women", come quella vecchia canzone dei Rolling Stones degli anni 60 no?
La storia inizia giustamente l'8 Settembre, il giorno del venticinquesimo compleanno di Sara.
E' una serata fresca e siamo nella casa di montagna di lei a Gallio, vicino ad Asiago. Siamo circa una quindicina di invitati, e dallo stereo, la voce di David Bowie sta intonando Rebel Rebel.
Se vogliamo essere più precisi potrei dire che la storia inizia nel bicchiere di refosco, o meglio visto l'umore di re Fosco, che Stefano sta trangugiando, gli ha preso la sbornia triste e se ne sta in terrazzo a guardare le lontane cime che si stagliano nere nel blu della notte.
“Ehi compadre, che ci fai qui fuori tutto solo?”
“Non sono solo fratello...c'è il buon refosco a tenermi compagnia...” disse Stefano, alzando il vino alla luna che sbuca tra le cime.
“Già, lo vedo, e ti tiene compagnia da parecchio mi sa...” dalla sala alle nostre spalle arrivavano le voci degli amici e le ultime note della canzone.
“ Sai come dice quella vecchia canzone, no? Vedo la mia porta rossa e voglio dipingerla completamente di nero...”
“Già, la conosco...”
“Per me è così, ultimamente ogni cosa che faccio in qualche modo scivola e vira nel nero più assoluto...dopo Linda...”
Eccolo che ricominciava, me l'aspettavo, essere lasciati in tronco senza grosse spiegazioni il giorno dopo San Valentino, può non essere esattamente una figata. O meglio io a San Valentino e a tutte quelle stronzate li non c'ho mai creduto, secondo me sono modi per spillare soldi ai quindicenni, se uno è innamorato lo è sempre, o se non lo è non ha bisogno di un giorno che glielo ricordi. Beh, comunque sia anche solo simbolicamente essere lasciati dopo due anni proprio il 15 Febbraio, non è il massimo, Tutto era cambiato il giorno dopo San Valentino, cantava Elliott Murphy, e quindi potevo capire lo stato d'animo di Stefano, erano settimane, mesi che rimuginava, ed ogni pensiero lo faceva sprofondare sempre di più in cupi abissi di tristezza. In questo periodo Stefano era capace di improvvisi scoppi di ilarità e profondi abissi di malinconia, come diceva la descrizione di Conan il Barbaro(...).
mercoledì 1 giugno 2011
Wine in progress
“Capito. Tranquillo tesoro, ti voglio bene”
“Anch'io” le diedi un rapido bacio sulle labbra. Erano morbide e calde, come sempre. Sara aveva delle labbra fantastiche, erano una delle cose che mi avevano colpito di lei all'inizio, quelle e gli splendidi occhi chiari, ah beh si e poi, ovviamente, le tette, scusate ma l'uomo è uomo. Comunque questa è un'altra storia. Mi diressi in cucina, dove recuperai un' intera bottiglia nuova di zecca di ottimo Teroldego, e un bicchiere pulito. Tornai in terrazzo. Stefano era sempre li, quasi non si fosse mosso, solo il bicchiere era vuoto.
Si voltò a guardarmi e fissò lo sguardo interrogativo sulla bottiglia di vino.
“Se devi ridurti uno straccio stasera, tanto vale farlo nel modo giusto...” sorrisi stappando il vino.
“Questa è tutta nostra... ce la fai?” aggiunsi con un sorriso.
Sul volto segnato dalla tristezza, e della malinconia cosmica, si profilò un sorriso sghembo, pallida imitazioni dei soliti sorrisi calorosi del mio amico, ma per quella sera ce lo saremmo fatto bastare.
Il vino scorre, gorgoglia fuori dalla bottiglia e riempie i nostri bicchieri, ed è buono, pastoso, un sorso tira l'altro, un bicchiere tira l'altro e una parola tira l'altra.
Ce la raccontammo per un'ora abbondante, gustando il vino, assaporandolo, ci scaldava l'animo nelle fresca notte montanara che si srotolava minuto dopo minuto. Ormai Stefano era ubriaco perso, e anch'io ero alticcio. Le parole facevano sempre più fatica a comporsi in una qualche frase di senso compiuto, i pensieri avevano perso i loro contorni definiti ed erano diventati vaghi, le sensazioni impossibili da imbrigliare si accavallavano l'una all'altra.
Poi era successo.
Molti amici se ne erano andati, in casa rimanevano solo Sara, e qualche sua amica. Io e Stefano eravamo seduti per terra in terrazzo, perché ad un certo punto a metà bottiglia si era intestardito che voleva ritrovare il contatto con la terra. Ero riuscito a non farlo scendere in giardino a sedersi nell'erba, convincendolo che anche il legno del terrazzo era un materiale naturale, Stefano ci aveva riflettuto un po' e poi aveva acconsentito a sedersi li. Eravamo all'ultimo bicchiere di rosso, schiene appoggiate al muro, sempre di legno, della casa e con lo sguardo perso nel cielo pieno di luminose stelle.
C'era un silenzio quasi innaturale non parlavamo da alcuni minuti, quando era successo.
Poi era arrivata la voce.
Ed, infine, c'era stata la canzone, As Tears Go By dei Rolling Stones, un vecchio pezzo degli anni sessanta.
Con la seconda mentre la dolce voce femminile cantava ...le mie ricchezze non possono comprare ogni cosa, voglio sentire i bambini cantare, ma tutto quello che sento è il rumore della pioggia che cade per terra... Stefano si era voltato verso di me, e nei suoi occhi avevo visto uno sguardo sicuro, aveva capito qualcosa, qualcosa di importante.
E con la terza strofa, era giunta l'accettazione...Sono seduto e guardo i bambini giocare, fare le cose che ho sempre fatto, pensano che siano nuove, mi siedo e guardo come le lacrime rotolano via.
Stefano si era alzato e aveva guardato dentro.
“Chi è?” mi aveva chiesto.
Io avevo buttato un occhio dentro e avevo visto al piano seduta una ragazza, con i capelli castani e gli occhi verdi, carina, dai lineamenti delicati, pelle candida e qualche efelide sul naso.
“Ah, è Angelica...” avevo detto semplicemente.
E un po' cose in quel momento erano cambiate.
